Non è mai troppo tardi per…

settembre 18th, 2010 § Lascia un commento

Il ricordo più nitido dei tre anni trascorsi all’asilo Sacro Cuore di Marghera è di quando ho lanciato un imprecisato giocattolo verso un imprecisato compagno per un imprecisato motivo: bersaglio centrato in pieno e copiosa perdita di sangue dal naso del piccolo bastardo.

Trascorsi il resto della giornata a sgusciare tra le fitte maglie della caccia all’uomo imbastita dalle suore, approdando sano e salvo all’orario di chiusura senza essere identificato.

Qualche anno più tardi, con pochi centimetri in più nelle gambe ed un grembiule blu a sancire la mia appartenenza alle scuole elementari, un altro ricordo si è stampato indelebile nella mia memoria.

I dettagli, anche in questo caso, scarseggiano, ma riesco a ricordare con certezza di aver praticato l’astensione totale dallo svolgimento dei compiti a casa per quasi una settimana. Cercai di tenere nascosta a mia madre la collezione di note che ora dopo ora, giorno dopo giorno, si accodava tra le pagine del mio diario, salvo cedere come la meno rispettabile delle checche alla sua prima manifestazione di sospetto.

Avanzando ancora nella linea temporale, e soffermandomi sui tre anni trascorsi alle scuole medie inferiori Giulio Cesare di Mestre, le istantanee della mia memoria restano ancora sfocate.

Una in particolare, però, è ancora definita a sufficienza: non riesco a collocarla con certezza all’interno di uno dei tre anni scolastici vissuti nell’istituto di via Cappuccina, ma il suo plot è indimenticabile.

Dove: un’esposizione a tema sul Giappone e sulle diverse espressioni della sua cultura, organizzata dalla mia allora professoressa di musica, di chiare ed inequivocabili origini orientali. Cosa: il furto improvvisato, non premeditato e splendidamente riuscito di un paio di pupazzetti raffiguranti due lottatori di sumo; colpo successivamente smascherato per colpa della mia inspiegabile tendenza a pavoneggiarmi delle marachelle commesse con le coetanee del gentil sesso. L’epilogo: torchiato da insegnanti e genitori, ho sempre negato la mia colpevolezza, ma le testimonianze contro di me mi costrinsero comunque a rimborsare la derubata della somma corrispettiva.

Dal mio approdo alle superiori in poi, la foschia si dipana, lasciando campo a ricordi ed aneddoti ben più definiti e dettagliati. Talvolta addirittura sostenuti da prove fisiche.

Come quando abbiamo trascorso i quindici minuti di intervallo a lanciare una pallina da tennis contro le due scatole di derivazione presenti sul muro, nel tentativo mandarne in frantumi i due pannelli di copertura.

O come quando, in compagnia del mai dimenticato Michele Di Napoli, trascorsi un intero quadrimestre di laboratorio di TDP a giocare a Re-Volt.

Il Vetto ed il DiNa celebrano la coppa d'oro

Per la cronaca: TDP stava, e credo stia ancora, per Tecnologia Disegno e Progettazione. Una materia che, all’interno di un istituto tecnico industriale come lo Zuccante, tende ad avere una certa rilevanza.

Ancora per la cronaca: io ed il Di Napoli abbiamo corso e vinto ogni gara delle coppe di bronzo, argento ed oro, arrivando a sbloccare la coppa di platino, sempre e solo alla guida della Col-Moss. Dettaglio che solo chi ha amato Re-Volt saprà apprezzare.

Perché raccontare tutto questo?

Per darvi prova che il mio rapporto con l’istruzione e con i suoi organi di rappresentanza non è mai decollato, se mi consentite il coraggioso eufemismo. Ed è proprio a questo rapporto che ho deciso di dare nuova linfa, nuova energia, sognandone un futuro diverso e possibilmente migliore.

Mi sono iscritto all’università.

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