Una voglia fottuta

gennaio 27th, 2012 § Lascia un commento

Due esami alle spalle, anche di più quelli ancora da affrontare. Stasera, però, non c’erano cazzi per niente e per nessuno: avevo una voglia fottuta di scrivere di pallacanestro.

The Plastic Man

The Plastic Man

Fortunatamente per i sei lettori di queste pagine, ho deciso di astenermi dal disquisire di palle a spicchi e retine su AM. Mi è stato chiesto/Mi sono proposto di occuparmene in sedi diverse, pertanto periodicamente mi limiterò a linkare, con l’umiltà che mi contraddistingue, i pezzi con i quali mi sporcherò le mani.

Questa, è la mia prima collaborazione con From The Court. Un sito che a dir poco viaggia come un treno, per usare termini tecnici. La rubrica si chiama The Plastic Man, e non sto qui ad erudirvi sul perché.

Italia vs. Svezia

gennaio 20th, 2012 § Lascia un commento

Fino al giorno prima sono solo notizie una uguale all’altra, un telegiornale dietro l’altro. I nomi, le aziende e i paesi ti sembrano tutti uguali. Poi una sera entra in casa tuo fratello e dice che stavolta è toccato a loro.

Ripensi a quel colloquio, a quell’offerta di lavoro a cui in extremis hai risposto “No, grazie…” aggiungendo “…però avrei un fratello!” Ignaro di aver dato inizio ad un effetto domino clamoroso, capace, tra le altre cose, di mettere in piedi una lobby in grado di imporre il marchio in un raggio di duecento metri da casa nostra.

Se volevi il cancello automatico, te lo doveva montare lui.

Di politica ne capisco quanto ne capisco di termoidraulica, quindi mi limiterò a dire che, se ne avessi la possibilità, io a ‘sti quattro bifolchi svedesi gli cagherei in bocca.

Si ringrazia: Massimo Zennaro, microfonato del TGR Veneto, antiestetico come pochi al gioco del calcio, ma indiscutibilmente idolo. Il Bro, losco figuro che per una  vita ha seminato merda sulla cultura ultras, e alla prima occasione si fa cogliere davanti alle telecamere incappucciato e con sciarpa fino al naso.

Profile pic

gennaio 14th, 2011 § Lascia un commento

il Vetto Jr. 2.0Tra le mie dozzine di migliaia di piccoli traguardi da raggiungere nella sdrucciolevole vita quotidiana, c’era questo. Avere, e per poter avere, scattare, una foto che contenesse la necessaria dose di quel-non-so-che. Quello che non te ne fa vergognare ad appiccicarla in giro per il web, per capirci.

Oggi, dopo che l’accatastarsi delle piccole cose da fare aveva trascinato anche questa nell’oblio con le altre, il colpo di genio. O la botta di culo, che dir si voglia.

Debitore alla mia dolce metà di una foto con i nuovi occhiali da vista, mi sono accoccolato davanti a Photo Booth e, sparando due sole cartucce, sono stato capace di produrre quanto potete ammirare qui sopra. Pur non avendoci speso sopra più dei cinque canonici minuti, buona parte del fascino della pic deriva ovviamente dalla post-produzione, se così si può chiamare lo spostamento casuale degli indicatori di saturazione, esposizione, contrasto e nitidezza.

Pharma, informata della messa in onda della foto da lei richiesta, si è messa a sbavare per telefono, il che, pur tenendo presente la sua ovvia parzialità, mi ha fatto propendere nel giudicare il lavoro svolto soddisfacente.

Si ringrazia: l’iMac del Bro ed i relativi software; il poster di V for Vendetta il cui angolo inferiore destro compare alle mie spalle; i miei nuovi Ray-Ban Wayfarer; l’armadio a muro della camera da letto, da tempo di proprietà del gatto.

Tip off 2011!!

ottobre 27th, 2010 § 1 commento

E’ stata un’estate di cambiamenti al di là della pozza atlantica. Grandi cambiamenti.

The infinity gauntlet

Quella che doveva essere la classe di free-agent più contesa della recente storia NBA, non ha disatteso le aspettative. LeBron James, Amaré Stoudemire, Chris Bosh, Carlos Boozer, Shaquille O’Neal, Jermaine O’Neal, David Lee e tanti altri nomi di secondo piano. Tutti loro hanno traslocato verso lidi migliori, o perlomeno ne sono convinti.

Sulla scia delle transazioni da off-season, però, a rendere indimenticabile l’estate appena trascorsa, si sono accodati eventi internazionali ed intrighi di ogni genere. Ciascuno con il proprio protagonista, ciascuno con la propria trama intrecciata, ciascuno alla ricerca di un definitivo epilogo, lieto o non.

Per introdurre la stagione regolare 2010/2011, ho quindi trovato opportuno distaccarmi dalle consuete preview di team, division e premi vari. Il web ne è farcito a volontà, di valide e di meno valide. Se per qualche malsana motivazione siete ancora indecisi sul seguire o meno il carrozzone NBA per i prossimi otto mesi, ho per voi dieci ottime ragioni che sbricioleranno ogni vostra perplessità.

1. I Miami Heat, i Tres Amigos, o come diavolo li volete chiamare. La firma di Bosh e James per la franchigia che già godeva dei servigi del signor Dwyane Wade ha sollevato un polverone senza eguali. Il mondo intero li aspetta al varco: ogni loro sconfitta, ogni scricchiolio proveniente dallo spogliatoio verrà vivisezionato con cura maniacale, senza alcuna pietà.

Il compito di coach Spoelstra e del presidente Pat Riley sarà di non dare ai numerosissimi critici la benché minima occasione di campare delle disgrazie degli Heat. Non sarà facile.

2. Kobe Bryant. E volendo anche i suoi Los Angeles Lakers. Vuoi per una off-season condotta con sagacia, vuoi per il credito guadagnato con il due titoli consecutivi, i Lacustri restano i favoriti. Questo, per proprietà transitiva, fa di Kobe un serissimo indiziato alla vittoria del sesto anello. Tanti quanti sua altezza Michael Jeffrey Jordan.

Se a paragonare i due, fino ad oggi, non ci si era fatto alcuno scrupolo, figuriamoci dopo.

3. Kevin Durant. I mondiali in Turchia lo hanno definitivamente innalzato al livello dei due illustri figuri cui ho fatto riferimento ai punti 1 e 2. Team USA era stato costruito certamente meglio delle fallimentari campagne 2002 e 2006, ma se, sulla strada verso la conquista del trofeo, coach K ed i suoi hanno trovato diversi ostacoli in meno rispetto alle previsioni, il merito è unicamente del talento di KD.

I suoi Thunder, forti anche del supporto degli astri nascenti Green e Westbrook, fanno paura a molti. Per quanto paura possa fare quella che, senza ombra di dubbio, è la faccia più pulita ed amata della lega, oggi.

4. Lockout. Gli occhi di tutti sono ben puntati sul presente, ma il pensiero volge anche al futuro, e con lo scorrere del calendario si farà sempre più imponente la copertura mediatica di quella che è, a tutti gli effetti, la negoziazione di un contratto collettivo di lavoro. Argomento noioso se ce n’è uno, ma al cui esito sono appese le speranze di una stagione 2011/2012 giocata secondo i canoni regolari.

In caso contrario, come fu nell’oramai lontana stagione 1998/1999, si parlerebbe del tanto temuto lockout. Incrociate ogni parte del corpo conosciuta.

5. John Wall e Blake Griffin. Alla base di questo curioso evento, purtroppo, troviamo l’infortunio che ha impedito a Blake Griffin, prima scelta assoluta dei Clippers al draft dell’estate 2009, di calcare i parquet NBA per l’intera durata della scorsa stagione. Ebbene, tanto era grave quell’infortunio allora, quanto archiviato può esser considerato oggi; tesi al cui sostegno possono esser portati una dozzina di highlights ove il Veliero con la casacca numero 32 svolazza sopra i ferri della pre-season.

Il nome al quale ho affiancato la grande speranza della Los Angeles più sfortunata è quello di John Wall, annunciatissima prima scelta assoluta dei Washington Wizards lo scorso 24 Giugno. Anche i meno avvezzi alla matematica arriverebbero alla conclusione che in questa stagione, a tutti gli effetti, potremmo godere del debutto di due prime scelte assolute. Non una primizia, considerato quanto successo con Greg Oden tra il 2007 ed il 2008, ma un piacere del quale andremo senza dubbio ad usufruire nel corse della regular season.

6. Shaq a Boston. Undicesimo giocatore con un passato gialloviola ad unirsi agli eterni rivali dei Celtics. Peraltro, un passaggio effettuato facendo tappa a Miami e Phoenix prima, e a Cleveland poi. Nulla di trascendentale, si potrebbe pensare.

Nulla di trascendentale se il soggetto in questione non fosse una persona la cui biografia riempirebbe tonnellate di pagine. Collezionista di soprannomi, rapper e attore nel tempo libero, aspirante sceriffo e, a detta di molti, sottoscritto incluso, Most Dominant Ever.

O’Neal è al suo ultimo giro sulla giostra, e dopo aver sentito Kobe celebrare il suo quinto anello con un simpatico “Ne ho uno più di Shaq ora!”, ha fatto i bagagli per Beantown, dove si unirà a Rajon Rondo e ai Big Three, anche loro con l’ultima matrice valida in mano. Le rivali sono tante, e spesso le loro carte d’identità recitano numeri ben più incoraggianti, ma mettere insieme l’ego di The Diesel con il Celtics Pride potrebbe sconvolgere i piani di molti. Non stupitevi di vederli ancora in campo nelle ultime settimane della prossima primavera.

7. Melo e CP3. Avessero cambiato casacca anche Anthony e Paul, a quest’ora staremmo parlando di una rivoluzione di impatto pari a quella francese del settecento. Non è stato così, e viene quasi da dire “per fortuna”.

Non lo diciamo perché le cessioni delle stelle dei Nuggets e degli Hornets non sono state scongiurate, ma, con ogni probabilità, solo rinviate. Entrambi hanno fatto capire alle rispettive proprietà di non avere intenzione di rinnovare il contratto, inducendo così le franchigie a cercargli al più presto una destinazione gradita. Il coltello dalla parte del manico, infatti, lo tengono loro, avendo facoltà di bocciare le trade proposte tramite la negazione alla franchigia destinataria di un prolungamento contrattuale.

Le parti in causa saranno quindi molteplici, ed i due problemi appaiono sin da ora di difficilissima risoluzione. Non abbastanza difficili, però, da farmi credere che Carmelo e Chris vestiranno ancora le casacche di Denver e New Orleans allo scadere della deadline di Febbraio.

8. Gilbert Arenas. Il Washington Wizard dal grilletto facile è rimasto nella capitale. Contro ogni pronostico. Nemmeno il tempo di iniziare la stagione regolare, e Hibaci ha già trovato il modo sbagliato di far parlare di sé, dichiarando beatamente di aver simulato un infortunio durante una gara di pre-season per lasciare spazio e gloria ad un compagno di squadra un po’ giù di corda. Per carità, sulle buone intenzione del gesto non si discute, ma sulla forma…

A questo punto gli obiettivi sono montati sui treppiedi e lo seguono ventiquattr’ore su ventiquattro, con la certezza che prima o poi qualcosa accadrà. Più facilmente prima.

9. Adidas Revolution 30. La casa tedesca delle tre striscie ha revoluzionato le jersey NBA. Dilungarmi sui dettagli tecnici e sulla comparazione dei materiali vecchi e nuovi è una pratica che non posso e non voglio intraprendere, ma questo cambiamento, unito alla copiosa quantità di ritocchi grafici e cromatici che hanno caratterizzato almeno otto franchigie, farà guardare con maggior interesse anche ai feticisti della moda.

Personalmente, considerando non valutabili i cambiamenti di minor entità, trovo che le nuove divise di Warriors e Jazz siano splendide. Non lo avevo ancora detto, e mi sembrava opportuno cogliere l’occasione.

10. Play It USA is back. E non aggiungo altro.

Non è mai troppo tardi per…

settembre 18th, 2010 § Lascia un commento

Il ricordo più nitido dei tre anni trascorsi all’asilo Sacro Cuore di Marghera è di quando ho lanciato un imprecisato giocattolo verso un imprecisato compagno per un imprecisato motivo: bersaglio centrato in pieno e copiosa perdita di sangue dal naso del piccolo bastardo.

Trascorsi il resto della giornata a sgusciare tra le fitte maglie della caccia all’uomo imbastita dalle suore, approdando sano e salvo all’orario di chiusura senza essere identificato.

Qualche anno più tardi, con pochi centimetri in più nelle gambe ed un grembiule blu a sancire la mia appartenenza alle scuole elementari, un altro ricordo si è stampato indelebile nella mia memoria.

I dettagli, anche in questo caso, scarseggiano, ma riesco a ricordare con certezza di aver praticato l’astensione totale dallo svolgimento dei compiti a casa per quasi una settimana. Cercai di tenere nascosta a mia madre la collezione di note che ora dopo ora, giorno dopo giorno, si accodava tra le pagine del mio diario, salvo cedere come la meno rispettabile delle checche alla sua prima manifestazione di sospetto.

Avanzando ancora nella linea temporale, e soffermandomi sui tre anni trascorsi alle scuole medie inferiori Giulio Cesare di Mestre, le istantanee della mia memoria restano ancora sfocate.

Una in particolare, però, è ancora definita a sufficienza: non riesco a collocarla con certezza all’interno di uno dei tre anni scolastici vissuti nell’istituto di via Cappuccina, ma il suo plot è indimenticabile.

Dove: un’esposizione a tema sul Giappone e sulle diverse espressioni della sua cultura, organizzata dalla mia allora professoressa di musica, di chiare ed inequivocabili origini orientali. Cosa: il furto improvvisato, non premeditato e splendidamente riuscito di un paio di pupazzetti raffiguranti due lottatori di sumo; colpo successivamente smascherato per colpa della mia inspiegabile tendenza a pavoneggiarmi delle marachelle commesse con le coetanee del gentil sesso. L’epilogo: torchiato da insegnanti e genitori, ho sempre negato la mia colpevolezza, ma le testimonianze contro di me mi costrinsero comunque a rimborsare la derubata della somma corrispettiva.

Dal mio approdo alle superiori in poi, la foschia si dipana, lasciando campo a ricordi ed aneddoti ben più definiti e dettagliati. Talvolta addirittura sostenuti da prove fisiche.

Come quando abbiamo trascorso i quindici minuti di intervallo a lanciare una pallina da tennis contro le due scatole di derivazione presenti sul muro, nel tentativo mandarne in frantumi i due pannelli di copertura.

O come quando, in compagnia del mai dimenticato Michele Di Napoli, trascorsi un intero quadrimestre di laboratorio di TDP a giocare a Re-Volt.

Il Vetto ed il DiNa celebrano la coppa d'oro

Per la cronaca: TDP stava, e credo stia ancora, per Tecnologia Disegno e Progettazione. Una materia che, all’interno di un istituto tecnico industriale come lo Zuccante, tende ad avere una certa rilevanza.

Ancora per la cronaca: io ed il Di Napoli abbiamo corso e vinto ogni gara delle coppe di bronzo, argento ed oro, arrivando a sbloccare la coppa di platino, sempre e solo alla guida della Col-Moss. Dettaglio che solo chi ha amato Re-Volt saprà apprezzare.

Perché raccontare tutto questo?

Per darvi prova che il mio rapporto con l’istruzione e con i suoi organi di rappresentanza non è mai decollato, se mi consentite il coraggioso eufemismo. Ed è proprio a questo rapporto che ho deciso di dare nuova linfa, nuova energia, sognandone un futuro diverso e possibilmente migliore.

Mi sono iscritto all’università.

Happy Bro-day!

agosto 30th, 2010 § Lascia un commento

Di idee per nuovi post, in questi giorni, ne ho partorite parecchie.

Avrei voluto raccontare dei quattro giorni trascorsi con il Bissuola Calcio a 5 nella ridente località di Tonezza del Cimone; o sfogare in paragrafi il mio illimitato odio verso Franco Lauro, telecronista RAI che, con altre centinaia di amanti della palla a spicchi, sono costretto ad ascoltare ogni qual volta mi si presenta l’opportunità di vedere la nazionale. Avrei voluto tracciare un ampio resoconto dei due mesi di off-season che, come da previsioni, hanno preso a sberle i connotati della NBA, apparecchiando la tavola per mesi e mesi di dibattiti di varia natura; o riversare su questi schermi i pensieri che puntualmente mi attraversano il cranio ogni qual volta mi imbarco su un battello della linea 2 farcito di turisti di ogni etnia, estrazione sociale ed età.

Cazzo se avrei voluto.

Dopo aver chiuso il mese di Luglio a quota uno, incrementare, o addirittura raddoppiare la cifra di post mensili sarebbe stato un traguardo di tutto rispetto. L’estate ed il caldo, però, sono da sempre acerrimi nemici della mia forza di volontà e della mia voglia di fare, ed i miei onesti tentativi di pubblicare qualcosa di più o meno serio si sono arenati tristemente sul bagnasciuga dell’inconcludenza.

No, non è una resa. Col cazzo.

La off-season NBA si è fatta temporaneamente da parte per lasciare metri quadri di palcoscenico ai mondiali di Turchia, ma continua a lavorare sottotraccia pronta ad innescare autentiche bombe ad orologeria quando ormai nessuno se le aspetterà; la stagione del Bisso non è che nella sua fase embrionale, e di pretesti per narrarvi le (dis)avventure dei gialloblu ne arriveranno con frequenza sempre maggiore. Venezia affonda, sì, ma l’impressione è che il mio rapporto di lavoro con la città a forma a di pesce vivrà tanto  lungo da permettermi di esprimere i miei pensieri più dettagliatamente in un futuro non troppo lontano, e rigorosamente a bordo della linea 2. La mastodontica testa di cazzo circoncisa rispondente al nome di Franco Lauro, infine, non andrà da nessuna parte: le sue chiappe opponibili sono sempre saldamente ancorate alla poltrona che diversi anni or sono gli accostarono al di sotto del suo flaccido deretano, ed il mio Barrett M82 non lo perde di vista un secondo. Non si tratta di se, ma di quando.

Ergo, non ora. Non quando avrei bisogno di giornate di 72 ore per portare a termine gli impegni che seguito ad accumulare senza alcun senso logico.

Non mi resta che portare a termine l’unica missione alla mia portata in questa incerta giornata di fine Agosto. Oggi il mio fratellone compie trent’anni, ventotto dei quali trascorsi in mia compagnia. Auguri, e segnati queste parole perché non ti capiterà spesso di sentirmele ripetere nei prossimi trenta: sei la persona più importante della mia cazzutissima vita.

Per il tuo essere passato dalla Juventus all’Inter.

Perché, pur pensando regolarmente con quale stravagante esultanza celebrerò il mio prossimo gol, finisco sempre col girarmi verso te e battermi i pugni sulle tempie come Darius Miles e Quentin Richardson ai Los Angeles Clippers.

Per le cene a casa da soli a spolverare il frigorifero e a fare gara di rutti, per i canestrini distrutti, gli stipendi dilapidati in musica, le stagioni jesolane a puttaneggiare e per migliaia di altri motivi.

Let me introduce myself

agosto 12th, 2010 § Lascia un commento

Risvegliato a bacchettate sulle falangi dal sempre vigile Loffio, mi risveglio dal torpore mentale che mi aveva portato a pensare tanto, abbozzare poco e scrivere nulla o quasi.

Innanzitutto, vi sono debitore di un’introduzione.

Welcome!

Non ho intenzione di seviziarvi con dozzine di inutili parole sulle mie innumerevoli attività, sul perché ho (ri)aperto un blog o sul perché dovreste diventare miei fedeli ed assidui lettori. No. Ho sbirciato i post introduttivi dei due blog che seguo con maggior voracità, e confesso che se nei lontani Febbraio e Giugno del 2007 mi fossero capitati davanti agli occhi, l’indifferenza avrebbe avuto la meglio sulla restante gamma di sensazioni esplorabili.

Un ceppo di fedeli lettori non si costruisce con una semplice presentazione, per quanto questa possa essere arrapante. Servono dedizione, costanza, e serve pertinenza. Se nessuna delle seguenti tematiche vi solletica le cavità più intime e recondite, quindi, non siamo fatti l’uno per l’altra. Ne sono desolato.

Io, in primis.

Esatto, quella su cui avete poggiato le pupille è la valvola di sfogo di una persona egocentrica, con manie di protagonismo ed un’elevatissima autostima. Una persona che coglie ogni occasione gli capiti a tiro per parlare di sé stessa; meglio se in terza persona, che fa un po’ squilibrato. Pensandoci bene, se il mondo non straripasse di individui alla costante ricerca del cazzo altrui (in senso figurato ovviamente), il social network della F bianca su fondo blu non vanterebbe fantastiliardi di utenti.

Ne deduco che la cosa non dovrebbe essere un problema.

In secondo luogo, l’entertainment.

Cinema, musica, teatro e chi più ne ha più ne metta basta.

Non è mia intenzione erigermi a critico di fama continentale, non sono così tanto pieno di me. Però ho occhio e orecchio, e quelle volte che mi sono stati affidati scelte, consigli e decisioni nell’ambito dell’entertainment più commerciale, ho sempre pescato bene. Non come il Bro, che ha rischiato il linciaggio portando una ventina di persone al multisala a vedere Il regno del fuoco.

A concludere: il baloncesto, la pallacanestro, il basketball.

Se il Signore avesse distribuito in egual misura amore per il gioco e talento, i bambini ai cancelli delle scuole si pagherebbero le dosi di crack a suon di mie Upper Deck autografate. Sfortunatamente, al termine di una carriera giovanile soddisfacente, ma trascorsa costantemente in seconda e terza fila, mi è stata posta dinanzi una gamma di alternative che a nessuno auguro di dover affrontare: “Quella è la tribuna, quella è l’uscita, decidi tu”. Presi l’uscita.

La scelta, con il senno di poi, si rivelò felice, ma l’amore per la palla a spicchi non cessò di scorrermi nel sistema cardiocircolatorio.

Pagina 230 di Televideo, UFN su Telemontecarlo, la diffusione di internet ed il primo adorante approccio ad NBA.com, ore e ore sotto il sole a tirare a canestro al campetto del quartiere e ai campi blu del Parco Bissuola. La relazione tra me e lo sport delle retine e dei tabelloni è costellato di istantanee di varia estrazione, e procede tutt’ora con regolarità: i pilastri su cui si basa sono le notti in bianco davanti alla tv, una quasi costante esplorazione dei social media cestistici ed una pratica assidua nel corso dei mesi estivi; questi schermi, vi terranno aggiornati sul suo procedere.

Credo di non avere altro da aggiungere. Ah, oggi mi è arrivato il pallone nuovo.

Qualora la presente per voi non fosse sufficiente, vi invito ad impugnare Stalking 101 e a raccogliere quantità indicibili di informazioni riguardanti il sottoscritto su Twitter, Facebook, Tumblr, NikeRunning, Foursquare, Flickr, aNobii, eticì eticì.

Review: Adventureland

luglio 22nd, 2010 § 3 commenti

Non è il massimo inaugurare un blog con una recensione cinematografica, lo so. È un cliché di cui la rete è tappezzata.

Figuriamoci poi se tale post è dichiaratamente ispirato ad un altrui scritto di recente pubblicazione. Un plagio in tempi da record.

Il peggior lavoro che potessero immaginare, il periodo più bello della loro vita.

Il curriculum del regista, cui il poster promozionale fa coraggiosamente riferimento, non è certo il più arrapante dei preliminari. Il cast, eccezion fatta per Ryan Reynolds e per quella Kirsten Stewart che non possiamo esimerci dal definire la Bella di Twilight, è un collage di volti e nomi personalmente sconosciuti. Ad essere onesti, me lo avessero proposto a suo tempo come film-infrasettimanale-al-multisala, avrei pescato senza esitazione dal barattolo delle scuse per risparmiarmelo.

Con queste premesse, il mio sinistro con Adventureland non poteva che essere figlio di un casuale allineamento di corpi celesti.

Era la tarda serata di giovedì 8 Luglio. Lo so per certo, perché la carovana circense della pallacanestro mondiale penzolava ammirante dalle labbra del suo pagliaccio più famoso, in attesa che questi annunciasse la futura sede delle sue effimere acrobazie. Ma questa è un’altra storia.

Ad ogni modo, spalmato a dovere sul divano del salotto, avevo appena archiviato il finale di stagione di White Collar con uno sbadiglio cavernicolo e, tra le pieghe della programmazione satellitare, cercavo un filler per i restanti minuti che mi separavano da The Decision.

Sbam.

Personaggi tardo-adolescenziali, ambientazione nella profonda provincia pittsburghiana, un parco divertimenti di seconda categoria a fare da sfondo a tresche sessuali e sentimentali, una colonna sonora irrimediabilmente eighties: gli elementi a supporto di una trama poco originale ci sono, ed hanno gambe robuste, e poco male se non si va molto oltre il tipico copione a lui piace lei e a lei piacerebbe lui, con tutte le divagazioni e le complicanze necessarie a renderlo tecnicamente un lungometraggio.

Anticipare il telefonatissimo lieto fine, poi, non renderà certo più o meno insipide le due ore di visione della pellicola. Per niente.

Il piacere sta tutto nel mezzo: nel caleidoscopio di personaggi di secondo e terzo piano; nelle splendide t-shirt games e rides entro le quali i personaggi tengono a bada tempeste ormonali monsoniche;nella scelta di un cast credibile, dove anche il fisicatissimo Reynolds gioca il ruolo del perdente. Personalmente, credo stia anche nelle molte analogie che ho potuto trovare tra lo srotolamento della trama e le molte stagioni estive trascorse a lavorare e scorrazzare sul litorale jesolano. Facile che, inconsciamente, il mio apprezzamento per Adventureland sia quindi viziato sin dal principio; altrettanto facile che, il giorno che vi verrà voglia di una commedia diversa dalle altre, sappiate dove andare a pescare.

Games games games!Rides rides rides!

Nota a margine: a poche ore dalla visione del film, e dopo un rapido controllo incrociato tra IMDb e YouTube, ho potuto scaricare (legalmente) uno dei pilastri della musica da struscio: quel “Don’t dream it’s over” che avevo sempre ignorato appartenere ad un gruppo chiamato Crowded House.

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